Lunedì, 31 Luglio 2017 14:20

SUL MARE COLORE DEL VINO

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Pubblichiamo il racconto conclusivo della Trilogia del vino

No. Io non ho scelto quel ritorno.

Riportai all’isola dei sassi un avanzato ed esiguo numero di compagni. Era notte fonda ed una luna di primo quarto concedeva male quello sbarco silenzioso senza cerimonie e, per me, senza commozione. Trepestii  e non un abbraccio. Inglorioso sbarco.

Penelope sarà andata sposa ad uno dei pretendenti, riconfigurando lo status quo di una ricostruzione politica forse non dissimile dal mio principato. Per quel che ne so, i quesiti su come risanare il vecchio ordine li commetto totalmente alla Necessità: io non sono determinante.

Ho perso memoria del mio nome: non lo voglio indietro. Non ho bisogno di chiamarmi e ne posso così fare a meno. Non ne ho bisogno.

Qui a Ceuta le voci riecheggiano negli empori, troneggiano nella diversità degli slang fino al suburbio, risalgono, oranti, i recinti dei templi e, in nulla affaticate, ricadono fino alle casupole dei pescatori o dei vignaioli.

Abito solo. Ho quanto mi serve per una vita frugale che non vorrei diversa.

A perdita d’occhio la lontananza d’un orizzonte mosso verso un limite, quello ultimo delle colonne. Contemplo la distesa superficie del mare colore del vino, massa d’acque preludio d’oceano e mi assento da me stesso: ho molto da dimenticare. Ho molto da perdonarmi. Non ditemi il mio nome: non lo rivoglio.

Ricordo che il fumo di quei legni resinosi era acre. Bruciavano per le offerte: Ilio era combusta e presa: io uno degli artefici dell’impresa che oggi non chiamo eroica, che oggi vorrei non avere mai dovuto compiere. Ho ucciso nel sonno coloro che ritenevo nemici. Abbiamo ucciso tutti: tutti. Il cantore al seguito dell’esercito mi chiamava astuto, dal polimorfo ingegno: strazianti qualificazioni per l’eccidio di cui mi sono reso colpevole. Non restituitemi più il mio nome.

E mentre il cantore intonava gli epinici, il vino greco scorreva a segnalare l’euforia sfrenata, finché non si sollevò dalle sue aeree tende l’aurora dalle dita di rosa. E vidi allora lo scempio. E maledii la mia nascita.

Avevamo saccheggiato, profanato e distrutto, scolpendo in gesti di dismisura la nostra smisurata ingordigia di uomini insulsi. Nello squallore prodotto, le vigne agonizzavano: ogni vite stillava il suo pianto e l’eden era lontano.

Corsi a perdifiato, conscio per la prima volta di quello sfacelo e di quella colpa.

Scappai inutilmente perché dovunque avevamo ridotto la vita ad un’ecatombe.

Le vigne agonizzavano: ogni singola vite stillava il suo pianto e l’eden era lontano…

Sedetti trafelato in una vigna devastata e piangente. Di quei pampani spezzati mi feci un giaciglio e fissai gli occhi al disco del sole. Le viti piangevano il loro tenue succo dalle loro mortali ferite: fu quel pianto che mi sommerse. Il suolo fu prestissimo molle di quel liquido lacrimale: ne saliva il livello velocemente e la terra si spaccò: lo squarcio emise un’interminabile trenodia e creò un vortice, un rigirio d’acqua ad inghiottire i cadaveri altrimenti insepolti. Nuotavo, incapace di capire, vuoto di speranza, ma stupidamente incapace di morire. Arrivai stentatamente alla riva: tutto era liquefazione: il pianto lustrale delle viti raccoglieva le sciagure, facendole scorrere dentro quella larga fenditura della terra. Trovai gli altri greci radunati. Inspiegabilmente salpammo, facendo vela a caso senza parlare né chiedere che fosse quel portento naturale. Che ci raggiunse: un’onda di spropositata grandezza, una colossale architettura acquatica, col mare salso che si mesceva al pianto delle viti.

Ho visto morire tutti, meno quelli che stavano con me e che ho riportato come un sonnambulo sui sassi che fanno così caratteristica l’isola su cui ho regnato. Anche il cantore era vivo: una paralisi colpì le sue corde vocali, era muto e incanutito per lo spavento come tutti i superstiti, me incluso.

Da solo sono arrivato a Ceuta. Ci vollero mesi prima che riuscissi a rendermi conto dell’accaduto. Nessuno dei greci ha fatto ritorno, se non quei pochi muti che io vi ho scortato. Le gesta che si raccontano sono di pura invenzione. Ironia.

Io sono qui a Ceuta, straordinaria e sonora, echeggiante come una conchiglia che si porta all’orecchio. Non ho memoria del mio nome: lasciate che io rimanga nel suo oblio. Io non sono più quel che sono stato. Donatemi la misericordia della dimenticanza, non chiamandomi più. Ora non sono che un muto.

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