Venerdì, 04 Novembre 2022 14:29

BEGGARS BANQUET: MALEDETTO E STUPENDO ROCK’N ROLL

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LA SVOLTA MUSICALE DEI ROLLING STONES di GIORGIO DE MARCHIS

Se il 1967 annovera la stupefacente evoluzione beatlesiana di Sgt. Pepper ( per non parlare - ma si tratta solo di alcuni mirabili esempi - dell’esordio dei Velvet Underground prodotti e smerciati dalla “ factory “ di Warhol e dell’intramontabile “ experience “ di Hendrix ) l’anno successivo è testimone di una svolta musicale altrettanto epocale e drammaticamente vitale, quella che gli Stones intraprendono con la pubblicazione del loro settimo album britannico, confermando il legame indissolubile che nella storia del rock connette i contenuti musicali alla veste grafica del vinile. Il banchetto dei mendicanti segna l’abbandono del primo beat e delle successive suggestioni psichedeliche e tardoromantiche per immergersi in un ribollente magma di rock urbano, che affonda le sue radici negli indimenticati maestri del blues, nella profonda energia del soul e nella lezione che Pete Townshend e Roger Daltrey (trazione anteriore del marchio “Who“) stanno impartendo dai palchi di provincia vomitando sul pubblico sconvolto l’urlo lacerante della rabbia di una generazione delusa da una libertà sempre sbandierata e mai davvero elargita.

Il risultato è maestoso nella potenza evocatrice dei riff chitarristici di Richard e nelle sonorità insinuanti e tragiche della voce di Jagger, sostenuti entrambi da una base ritmica inneggiante ad un vero e proprio “sabba “ metropolitano, le cui litanie evocative sono rappresentate dal “ sound “ di una realtà brulicante ed alienante.

Più che di una disperazione, il disco è la storia di una disincantata assunzione di coscienza ritratta visivamente nell’immagine degradata di un comune gabinetto nascosto nel più recondito angolo di un bar di periferia, oppure in un infelice “slum“, quartiere dormitorio per schiavi disumanizzati della macchina consumistica occidentale. Il realismo della scelta stilistica è confermato dallo spiazzante realismo dei testi, capace di gettare nel maleodorante pertugio gli ideali da Greenwich Village del boriosetto Dylan ( vedi copertina a sinistra) quanto di prospettare la rivolta destabilizzante in chiave esoterica ( la croce egizia a destra ) e di sbeffeggiare le infantili evocazioni di pace ed amore del movimento hippie rappresentate dalla mano con la parola “Love“ che tenta infruttuosamente di riemergere dal liquame ( al centro ). In alto, ancora centralmente, una croce stavolta cristianamente corretta, appare lontana e distaccata da una realtà maleodorante ed insulsa, cui fa da contraltare il personaggio per antonomasia abituato a sguazzare tra gli istinti più bassi ed immondi, il diavolo appunto, protagonista del capolavoro “ Simpathy for the Devil ” che apre la raccolta. “Ciò che vi confonde è la natura del mio gioco ! “Già: qualcun altro è sempre pronto a giocare offrendo la mano migliore, anche se nulla si dà per niente. E mentre sul muro umido, dalla vernice scrostata si accumulano i pensieri disordinati degli avventori, God rolls is own!”

Ed il rock va.

Sfondo scuro – beatlesiano patologico ( ma non solo )

Letto 84 volte Ultima modifica Venerdì, 04 Novembre 2022 14:37
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