Mercoledì, 15 Aprile 2020 16:18

IO, STUDENTE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS. NON CAMBIERA’ NULLA. AD ESEMPIO, LA DISCRIMINAZIONE.

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IL CONTRIBUTO DI FRANCESCO CONTE DELLA CLASSE 2^ A TURISTICO

Sono in molti a sostenere che il tempo della quarantena, di questa quarantena da coronavirus che sta sfibrando giorno dopo giorno nella solitudine coatta il nostro spirito, sia il tempo della riflessione. L’occasione per ripensare e comprendere i propri errori, per avere il tempo di guardare e sentire il dolore degli altri e migliorare se stessi in uno slancio di rinnovata attenzione per l’altro, di condivisione e solidarietà. Fin dal primo giorno di isolamento la musica di sottofondo ai nostri momenti di sfiducia e di speranza  è stato il coro quasi meccanico recitato su tutti i balconi e nelle interviste e negli appelli: “Andrà tutto bene. Tutti insieme ce la faremo”. Finalmente, ecco il momento che cambierà il nostro modo di essere, che ci farà diventare migliori.

Eppure, se mi guardo intorno, se vado oltre le prime pagine e le copertine dei quotidiani e delle riviste, se ascolto con più attenzione le voci delle decine di canali televisivi che accompagnano le nostre giornate, mi rendo conto che non è così. Non diventeremo migliori. Stiamo solo perdendo un’altra occasione per rinascere più umani e tutto tornerà come prima nel senso peggiore di ciò che questo significa.

Forse hanno ragione gli scettici che sostengono che la storia non insegna mai niente; che gli uomini non imparano; che è proprio della natura umana dimenticarsi presto delle sventure appena trascorse per salvarsi dalle quali hanno pianto e pregato e giurato e promesso, per riprendere poi i comportamenti e le abitudini di sempre.

Ecco, allora, che nel clamore delle notizie legate all’andamento del contagio da Covid 19 appaiono altre storie, che ora sono scomparse dal proscenio, ma che si ripetono nella loro inesauribile tragicità. Sono le storie della discriminazione. Della discriminazione razziale ad esempio. Quella definita e condannata dall’articolo 43 del Testo Unico sull’Immigrazione. Quella che dovrebbe, ancora di più oggi, mettere le nostre coscienze di fronte alla necessità di difendere i diritti umani e di salvare le vite umane. Quelle che non sono in pericolo per il coronavirus, ma che terminano nel silenzio delle profondità del mare. Quelle vite che se avessimo imparato qualcosa da questa tragedia che stiamo vivendo, dai circa centoventimila morti nel mondo causati dall’attuale pandemia dovremmo difendere con ancora più forza e determinazione perché dovremmo averne compreso il valore e l’unicità.

Invece, in questi giorni di Pasqua, centinaia di migranti sono annegati senza ricevere alcun soccorso, altre centinaia sostano fuori dai porti in quarantena senza assistenza medica, e migliaia languono nei centri di raccolta senza che si abbia la piena consapevolezza della loro condizione. Lo stesso accade nei campi Rom. Lo so. Sono morti in solitudine senza ricevere una adeguata assistenza migliaia di italiani. Ma nessuna vita ha meno valore di un’altra. Non dovremmo aver imparato questo dalla quarantena?

Discriminazione. Questa è la parola che ancora risuona e giunge fino alle nostre porte a raccontarci di uomini che picchiano altri uomini per un diverso colore della pelle o un diverso orientamento sessuale. Quella discriminazione che esiste anche tra gli italiani stessi: con gli uomini che picchiano le donne, ostaggio della prolungata convivenza; con le troppe persone del nord Italia che discriminano i loro connazionali del Sud, con il solito epiteto di “terrone”. Anche in questi giorni tremendi si leggono su social proclami di autonomismo e di supposta superiorità.  

Secondo quali principi e soprattutto perché una persona deve essere esclusa o  reputata inferiore?

Discriminazione. Quella dell’inizio della quarantena, quando persone comuni e anche politici davano la colpa del Covid-19 agli immigrati, alle comunità cinesi o alle persone di colore che non hanno avuto niente a che fare con la diffusione del contagio. O agli omosessuali. In Israele un rabbino ha affermato che il coronavirus è una punizione per i gay e in Francia una coppia omosessuale è stata minacciata dai propri condomini con le seguenti parole: “Voi omosessuali siete i primi a prendere il Corona Virus, andatevene”. Molti italiani, lontano dalle telecamere, continuano a sostenere il legame tra immigrazione e diffusione del coronavirus.  

Ecco. Davvero stiamo imparando qualcosa che possa fermare l’odio nei confronti di qualcuno per il colore della propria pelle, la sua disgraziata condizione sociale o esistenziale, il proprio culto e il suo orientamento sessuale?

Le menti di tutti noi, non solo delle cosiddette elite che governano il mondo devono aprire nuove porte e ritengo che i politici, al posto di dare la colpa dei problemi di una nazione a delle minoranze, invece di sforzarsi di trovare sempre un capro espiatorio, come sta facendo Trump che addossa la colpa della diffusione del coronavirus in America addirittura all’Organizzazione Mondiale della Sanità, dovrebbero fare il contrario, tutelando i più fragili, perché è proprio lì, tra i più deboli, tra gli ultimi che si trova quell’umanità che dovrebbe renderci migliori.

Letto 202 volte Ultima modifica Mercoledì, 15 Aprile 2020 16:22
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