Venerdì, 07 Aprile 2017 11:50

ABNER O LE NOZZE DI CANA

Scritto da
Valuta questo articolo
(2 voti)

Pubblichiamo il primo dei tre racconti che compongono la trilogia del vino. Un omaggio alla vite, simbolo dell’unione delle civiltà del mediterraneo.

 di Maria Giuseppina Ottaviana Piras 

La polvere secca di un’estate ormai languente e il primo sole d’ottobre si affrontavano in quell’effetto opalino, così presente a Caravaggio ed al suo Bacco per quegli acini sgranati o stretti che poggiavano sulla testa popolana del giovane modello: rubini vegetali che componevano la corona di un dio.

Abner arrancava sul suo vigneto collinare che apparteneva da sempre alla sua famiglia. Sentiva più forti del solito i fastidi e le dolenze alla gamba destra -rigida e lenta a seguire l’altra su quel pendio di Galilea- su cui si era fragorosamente accasciato l’asino con tutto il suo peso mentre vent’anni prima andava a Cana con dei fiaschi di vino nuovo da vendere a Gioab il cambiavalute. L’asino aveva trovato inciampo e Abner che lo guidava a piedi si trovò schiacciato a guardare il profumo del vino scorrere a seminare quel tratturo ingrato. Lo trovarono solo a sera suo padre Caleb e suo fratello Malachia: la gamba era ridotta ad uno spettacolo di scura tumescenza, cosa penosamente molle e grande. Una sarabanda di moscerini inebriati ronzava sui piccoli laghi di vino versato.

Da allora Abner se la tirava dietro questa gamba inutile che solo con la punta grattava il suolo, sostituita da una stampella.

Bene. Si poteva iniziare il taglio dell’uva. Lo sguardo di Abner avanzava a controllare il raccolto a piccole specole, abbracciandone infine la distesa verde e vermiglia. Bene, disse ai vendemmiatori, iniziamo. E i cesti si levarono al sole.

 Faceva il conto e, sì, era un’annata produttiva. Soddisfatto, Abner rivedeva le ordinazioni, quando ne lesse una da Cana. Fu preso da un’ immediata insofferenza, da un risentimento cupo, sottocutaneo. Vi si celebrava un matrimonio e si chiedeva il suo vino. Abner da vent’anni rifiutava ogni richiesta da Cana e neanche stavolta avrebbe cambiato idea, anzi non si capacitava del fatto che non smettessero di chiedere. Quindi la ignorò: semplicemente, e andò a letto.

E sognò.

La terra gorgogliava umanamente il vino dei fiaschi, in uno strano cerimoniale di mescita. Abner riusciva a mettersi seduto puntellando sui gomiti e sui gemiti quello sforzo di ripresa. L’asino, frastornato e inconsapevole ragliava e con uno scatto lo liberò del suo peso.  Seduto dentro il suo sogno, Abner guardava germogliare la terra di viti tenerissime: un’intera proliferazione vegetale cresceva come a lussureggiare in un caos riproduttivo e selvaggio: un eden di viti che lo allacciavano con dita terminali che si avviticchiavano al suo corpo per sollevarlo. Quelle braccia lo spostavano in un osanna di passaggi, amorevolmente con la carità del samaritano lo trasportavano al di sopra di quella grigia mulattiera, portandolo fino a Cana.

Il villaggio era deserto quando le viti si ritrassero e lui disteso a guardare i tetti e le cime delle palme. A chi chiedere di essere riportato a casa? Era inetto e preoccupato. Il silenzio gli pigiava il cuore: a battere rumorosamente era solo il dolore di quella sua gamba nuova.

Rassegnato e sfinito si addormentò. Vide un volto sconosciuto: niente affatto bello, dai lineamenti usuali ma intenso e serissimo, indimenticabile. Lo sconosciuto soccorritore gli chiese un piccolo otre di vino che Abner soleva portare a tracolla, ma nascosto. Senza stupore, glielo porse e l’altro ne bevve un sorso; poi un altro che sputò per impastare  la terra che rigirò tra le dita. Gli sparse questo povero unguento sulla gamba, accennò ad un sorriso e se ne andò. E la gamba si mosse.

 Abner si svegliò al suo stesso urlo. Biancheggiava la prima alba. Aveva difficoltà a respirare e la gamba gli doleva allo spasimo. D’accordo, va bene –diceva– tornerò a Cana.

 Malachia, di peso, lo mise giù dal carro e con i servi scaricò i barili. Sarebbe tornato a prenderlo a sera, una volta concluse le consegne.

Gli sposi lo accolsero con la gioia di chi ignora per un giorno l’infelicità e gli indicarono il suo posto di commensale a quel banchetto bagnato della sua fatica. Il festoso rumoreggiare di tutti contrastava con la sua singolare silenziosità, il suo incredulo domandarsi il senso della sua presenza. I brindisi avevano i colori delle sue giornate e tutti annuivano di gusto trattenendo nel palato la dolcezza di quel vino collinare. Che però non bastò per l’ultimo brindisi. Malachia non aveva scaricato tutta la quantità ordinata. Gli sposi guardarono Abner interrogativamente.

Abner annaspava alla ricerca di una spiegazione plausibile, quando al suo fianco comparve un volto niente affatto bello, dai lineamenti usuali ma intenso e serissimo, indimenticabile. Lo sconosciuto soccorritore gli chiese un piccolo otre di vino che Abner soleva portare a tracolla, ma nascosto. Senza stupore, glielo porse e l’altro ordinò ai padroni di casa che versassero quel poco liquido dentro uno dei barili già vuoti. Levi, il padre dello sposo, lo guardò sorpreso, ma Abner disse: fate come vi chiede.

Il barile conteneva la quantità di cinque grosse fiasche e il vino personale di Abner, quell’insegna segreta del suo mestiere, quel suo personale talismano, pianse la sua lacrima in quel pozzo senza fondo. Ma appena quel fondo fu toccato, un ribollire di mosto profumò il cortile: quella chimica antica si ripeteva fuori tempo e fuori posto sotto gli occhi spalancati degli invitati, degli sposi, dei servi e di Abner. E tutti ne bevvero ed era insuperabilmente buono quel vino del miracolo.

Abner guardò con gratitudine lo sconosciuto e timidamente gli chiese: “Non so chi tu sia, ma in nome del Dio di Giacobbe, ti prego tocca la mia gamba storpia”. Una mano di straordinaria leggerezza gli si posò allora su quell’arto anomalo e lo guarì. Gesù si allontanò prima che Abner, accasciato e poi inginocchiato,  potesse ringraziarlo; ma lo vide alla lontana, come una madre che sorveglia con attenzione l’allontanarsi del figlio che mette i primi passi sicuri, lo vide e lo guardò con lo stesso animo quando Abner poté salire da solo sul carro, e ne vide le lacrime di gioia e ne conobbe il cuore.

Letto 521 volte Ultima modifica Lunedì, 10 Aprile 2017 21:32
Altri articoli in questa categoria: POESIA. C'E' LA PIOGGIA NEI MIEI RICORDI »
Effettua il Login per inserire i tuoi commenti