Lunedì, 12 Febbraio 2018 09:12

IL RACCONTO DI VINICIO

Scritto da
Valuta questo articolo
(2 voti)

RACCONTO DI MARIA GIUSEPPINA OTTAVIANA PIRAS

Nell’inclemente giornata carsica del 9 ottobre 1917, il marconista Vinicio Olmini –solitamente Olmini Vinicio– in servizio presso quel fronte, alle prese con dispacci e bollettini, vagheggiava altre storie che non somigliassero neanche alla lontana a quella sua di allora. A San Martino, dove le probabilità che due estranei dividessero un mantello era pari a nulla. Inizialmente vitrea la giornata.

Vinicio era, in tempo di pace, impiegato contabile in una banca torinese, allocata in una larga strada alberata della periferia est e dolcemente affiancata da una pasticceria che serviva un caffè denso il cui denso amaro aroma era smorzato nell’olfatto dalle fragranze sabaude di certi piccoli biscotti. “Le dolci delizie”, costruzione antica cui mancavano solo i favoriti per apparire umanamente maschia e soldatesca, era a sua volta dirimpettaia dell’edicola di Salomon, un ebreo volpino e fanfarone, capace di una logica contemporaneamente divertita e ferrea, in cui compariva ogni sorta di stramberia stampabile: in quel mondo parolaio Vinicio ritrovava la possibilità di ispirazioni letterarie.

E scriveva su “Almanacco. Ospitalità ai dilettanti delle lettere”, in una temperie pubblicistica verso “Il Baretti” e “Solaria”.

La sua opinione di addetto, e non, ai lavori era riassumibile nell’asserzione che chiunque può, se artisticamente intraprendente, elevarsi alle cime di Parnaso e dare un festino (anche se d’appendice) per muse ed apolli.

Ma: come una colonna di porfido: il sangue pressato per la spinta dell’esplosione saliva dalle trincee (getto verticale di oro rosso da una perforatrice) a ricordargli la morte.

Il bollettino del giorno fu tra i più drammatici e il marconista malediceva in cuor suo l’ottusità degli alti graduati, fanatici e ciechi, convinti che le corazze bastassero a fermare le granate. E: avanti Savoia!

Ufficiali e intendenti tentavano di sovrastare con la voce il picchiettio di acqua e grandine, e, visti dalla sua tenda, parevano a Vinicio mentecatte dolenti macchiette di pantomimi. Avevano la pretesa di sentirsi e farsi sentire: niente era più in ordine. Un battaglione di uominitalpa in balia dell’insensata perdita delle proporzioni, di ogni misura possibile.

L’incerata del tenente sgrondava acqua mentre dettava al marconista l’ultimo dispaccio:

Dalla Brigata Torino 81° e 82°  Reggimento di Fanteria, di stanza a Volkowniak.

Al generale Cadorna

L’offensiva nemica ha ripreso sull’intero fronte. L’attacco nemico è riuscito intorno a M. S. Michele  e Gradisca.

Le perdite in dispersi e armamenti sono gravissime.

Attendo Vostri ordini. Capitano Fusetti Mario[1]

 Ma, pure in quel giorno, gli arrivò una busta dal “Passante” (rivista quindicinale di varia umanità, n. 30, anno II, che tradiva un certo populismo, ma tiepido, dei suoi animatori e collaboratori) con dentro l’ultimo racconto di Agrado Morena, scrittrice di cui altro non si sapeva. Ed Agrado toccava immancabilmente a Vinicio.

La sua faccia di nazareno si torse in un’espressione decisamente indecifrabile. E la mano sinistra aprì metodicamente la busta senza lacerazioni, con il suo vecchio coltellino a serramanico che lo accompagnava dal giorno in cui lo vinse in una gara di velocità a Gigiotto, il bulletto di quartiere.

La mano destra estrasse lentamente i fogli dattiloscritti e la breve lettera con cui la redazione della rivista lo invitava alla recensione, in tempi brevi, del racconto.

Fuori si scatenava l’inverosimile e Vinicio leggeva.

 

                                                                                                    UNA SEMPLICE FIRMA

                                                                                                 Racconto di Agrado Morena

 

 

Aqui se queda la clara

la entrañable transparencia

de tu querida presencia

Carlos Puebla

 

Ci sono casi in cui firmarsi per esteso diventa una necessità: avvisarsi che ci siamo (almeno per noi che portiamo in giro il nostro odore e il nostro corpo, e lui noi).

Arrigo Damiano Girolamo Isnerio Prospero Terenzio Fuentedelechedulz correva il sempreappostato rischio di trovarsi a corto di spazio e d’inchiostro. Oltre che di idee. Con le quali giustificare (ma poi perché?) il suo troneggiante complesso nominale. Un re sul trono, con corona gemmata ed ermellino e la sua corte in cerchio, gli sberleffi di un rigoletto e le deformanti caricature di un pittore prezzolato.

La sua affaticata sinistra firmava con una lentezza da miniaturista, spazientendo l’impiegata o impiegato di turno.

Era là a depositare il suo ultimo lavoro, ormai assuefatto all’inutilità dell’azione. Tutelare dal plagio il proprio diritto d’autore, lui che si reputava autore mediocre, di pallida ideazione e di vena slombata.

Ricordò proprio allora che per quel libro, ad un maligno critico che lo recensiva su “Lingue e linguacce” con la puntualità dei malanni, Simplicio rispose apologeticamente: «Cos’è la mia povera e implume metaforicità rispetto al troppo pieno della sua prosa volterriana eretta però fino alla vertigine d’altezza dello sperimentalismo sintattico praticato come alpinismo estremo? È come avere davanti Escher o Piranesi». E si chiese poi se non fosse un complimento esalato dai miasmi di un insulto.

Ma lo faceva  –depositare e tutelarsi– perché lei lo chiedeva e lo pretendeva ancora.

Il suo nome de plûme, “Simplicio” esprimeva un malcelato empito verso la sottrazione del peso designatorio, e, se figurava in copertina, era inammissibile ad usum burocratiae.

Abitava quei pochi giorni metropolitani in una pensione per artisti, dove un portiere di notte lo accoglieva dal suo ramingare, sollevandosi rapido dalla sedia su cui, una mano a cingere la caviglia sullo spesso calzino color vinaccia che concludeva la livrea di un blu profondo, gli occhiali da lettura sulla punta stretta di un naso avanzante, la destra a reggere un tabloid nazionale, passava quel tempo suo e della città non tutta assopita.

Arrigo lo salutava con cortese severità, ma sollevando il cappello che portava su compatti e forti capelli qua e là sale e pepe, saliva alla propria camera con la rassegnazione di chi sa di trovarla vuota.

Lei era invece sul letto, seduta sul letto.

Una deliziosa scollatura che lasciava del tutto nudo il ponte rotondo delle sue spalle su cui lui amava poggiare le mani, sapendolo progettato con amore da un architetto genetico che voleva farne una zona di transito sicura e vicina alla luce. Una gonna longuette  a tubo ed una scarpa bassa. Senza trucco, la mollezza dei capelli poggiata sull’asciutto del ponte, gli occhi scurissimi e vicini, uno specchio d’ebano e di sorrisi, la bocca generosa e fresca.

–Questa è la volta buona, tesoro: è il tuo grande romanzo, gli disse incrociando le braccia al petto perché cosa fatta capo ha -.

Arrigo Damiano chiuse gli occhi lentamente con un sospiro. Li riaprì con altrettanta lentezza. Il letto ben fatto e sul cuscino un cioccolatino con una farcia di crema alla menta come all’hilton[3].

Continuava a vederla.

Miriam gli lasciò se stessa durante quel volo disastroso mentre lui lontano a seguire l’esotismo di una nuova idea si allontanava vicino al suo fianco, incapace di capire che una dolcissima morte le aveva sfilato il respiro, come dalla cruna dell’ago l’avanzo d’un filo quando se ne cambia il colore. E Miriam cuciva con pulita bravura complicatissimi costumi teatrali. L’avanzo d’un filo che si sfila. E lei, che amava viaggiare in torpedone, posto sul lato della guida, al finestrino, per amare di sguardi rapiti i cigli delle strade in ogni stagione, salì malvolentieri quelle ultime scale, nondimeno sorridendo, stretta al braccio di lui e reggendo un cappello di paglia che la seguiva ovunque.

La salute di lei era peggiorata ed un caldo mediterraneo era la meta per quei polmoni così compromessi, intasate le piccole spugne dei bronchi da una gromma bituminosa e adesiva.

Quel suolo caldo ne ospitò, invece, le spoglie.

–Mi occorre il suo nome per come è riportato nel suo stato di nascita, gli disse l’impresario di pompe funebri alla firma degli incartamenti del caso -.

E Prospero firmò, la mano malcerta si era fatta così tremula che la sua bella ondosa firma era diventata una concrezione minerale di aguzzi cristalli per una mostruosa geometria.

L’uomo se ne accorse e dall’altra parte del tavolo fece ruotare gli occhi a seguirla e con un sorriso tirato ma franco lo confortò.

 –Non è una semplice firma, signore, ma è la più solenne che le poteva capitare -.

Quella notte lei venne per la prima volta e sdraiandosi con lui, sillabava al suo orecchio “ È la firma più solenne che poteva capitarti, Prospero”.

Cercò vanamente di stringerla a sé. E pianse l’assenza del gesto con cui vanamente, dandogli la buonanotte, lei cercava di assestare una finale ravviata alla foresta capillare: È inutile, bofonchiava lui, arrendevole.

 

Quando non era Simplicio, Isnerio Fuente andava diligentemente a scrivere gli elzeviri per il quotidiano della sua graziosa cittadina di provincia, poggiata su una ferma pianura nebbiosa e malinconica, il cui teatro esibiva disinvoltamente cartelloni ch’erano per ogni nuova stagione una chicca, con produzioni proprie che poi giravano il paese e saltavano il mare.

La piazza, quasi bizantina, diventava d’estate un salotto all’aperto per pensatori, scienziati e scrittori. Sul registro basso, il suo trasformismo realizzava un cinema popolare con i chioschi di granite.

La pianura ferma, la gente no.

Isnerio il giorno dell’inaugurazione di una nuova libreria in piazza si sentiva sudaticcio e obnubilato. La mattinata era spigliatamente tardoprimaverile e lui raggiunse il portico con il passo di chi non vuole eppure ci va.

Era stanco di una fatica senza nome, lui che poteva regalarne di propri a profusione. Si sentiva incolore, smorzato e vedovo, terribilmente vedovo, stupidamente vedovo dal punto di vista formale, che non era mai stato sposato.

Il fermento era allegro e colorato, soprattutto per via di una folla minuta ma assortita. Poi dal campanile un tremore d’implosione che solo lui parve avvertire.

Miriam comparve e lo guardò accigliata: -Isnerio, la torre campanaria sta cedendo.

Lui prese il megafono con cui la neoproprietaria della libreria amplificava la sua voce sopra la musica da cafè latino e invitava i convenuti a seguirla per un percorso tracciato che voleva tutti esattamente rispettassero.

–Spostiamoci rapidamente e tenete per mano i bambini: vi aspetta una sorpresa e non sarà piacevole! Siate composti e rapidi e fidatevi di me -!

Era una comunità ordinata e Girolamo Isnerio una riconosciuta personalità che, per la circostanza sfoderò un tono perentorio cui nessuno, preso alla sprovvista, seppe replicare.

Docili, infatti, lo seguirono, distanziandosi dal campiello. Silenzio. Un silenzio foriero di minacce. E la sorpresa si annunciò con un altro tremito e un fragore: la torre capitolò, la testa mozzata dentro il cesto del portico, la cui volta fu sfondata dal bronzo della campana istoriata, nota come “la Bimba”, perché suonava a distesa per ogni nuovo nato e perché piccola. Portava il suo nome incrostato d’oro sul suo profilo di vecchia bebé.

Piovve una secolare calcina.

Girolamo sentì di venir meno, fiaccato; mentre quella piccola folla gli si accalcava, lo toccava lo stringeva ringraziandolo e ponendogli imbarazzanti domande.

Miriam ricomparve sorridente e –Sei stato bravo, amore – lasciando che l’aria polverosa gli portasse il bacio generoso delle sue labbra.

Gli si accapponò la pelle, mentre si ripeteva calma e sangue freddo, Fuente.

La prima costumista non poteva da sola soddisfare le troppe richieste: nonostante la bravura degli aiuti e delle sarte, la mancanza di Miriam era, dopo un anno, lutto rintuzzato dall’esaurimento delle risorse creative.

–Ho bisogno di una seconda costumista che sappia fare quel che faceva Miriam. Servono idee ben disegnate e meglio eseguite, buon gusto e  sensatezza– protestò Rosita, smanacciando alla volta di un pazientissimo direttore artistico con tutta la foga corpacciuta che le apparteneva– Non ce la faccio! E si lanciò in una geremiade ora querula ora concitata che durò un tempo interminabile.

Il direttore sollevò lo sguardo dai bozzetti dello scenografo e con placida calma rispose Va bene.

Vivere senza Miriam per un anno, aveva significato per lui sbandamento: la rotta oscurata fino alla perdita. Le cravatte stonate rispetto alle camicie mal stirate,  l’orlo scucito di un completo nocciola, intravisto per le gambe accavallate, erano solo dettaglio a pelo d’acqua, ma i sargassi in cui si dibatteva occupavano anche le profondità.

Era lei che lo richiamava alla puntualità con l’aroma della prima colazione quando invece la sua mano palpava il lenzuolo, delusa di non trovarvi il corpo che lui trovava irresistibile all’inizio del giorno, vividamente memore dell’intimità notturna, in cui la lieve ravviata delle dita si trasformava in un loro affondare selvaggio.

Lei era già pronta. La sua allegria era servita. Giorno dopo giorno.

Apparecchiava malamente per sé e per lei, ancora. E le parlava accorato e commosso. E digeriva malissimo.

-Sbarbati con più cura -.

L’immagine di lei allo specchio, rifletteva un viso reclinato in una sottile canzonatura, così che nella foga finiva per raschiarsi e ferirsi: era un classico. Si voltava con mezza faccia insaponata per non trovarla più.

-Deleche: calma e sangue freddo: freddo -!

Uscì di casa nel pomeriggio d’autunno che è dorato anche in pianura.

Camminava spedito ma vide cadere un oggetto piccolo dalla borsa mal chiusa di una giovane donna davanti a lui.

Accelerò lo raccolse la doppiò, le fu di fronte e le porse un morbido puntaspilli di velluto verde.

Un trauma. Lei si sfilò gli occhiali per scoprire due occhi vicini e nerissimi, lucidati dal sorriso che da essi scendeva ad una bocca fresca e generosa. Morbidi folti capelli di un caldo castano sostavano sulle spalle e la sua sottile silhouette era sagomata da una gonna longuette che andava lisciando in attesa che Arrigo riacquistasse la favella.

–Miriam -, emise tramortito.

–No, si sbaglia. Grazie, mi sarebbe dispiaciuto perderlo: sa, è un vecchio ricordo -.

E proseguì.

Il  pomeriggio al giornale fu a dir poco inconcludente: ciondolava da un ufficio all’altro, presentandosi senza un perché a colleghi premurosi, con una faccia stranita ed un andare allampanato, pendente ora a destra ora a sinistra, come chi percorra il corridoio d’una nave incapace di afferrare il passamano a causa delle gambe a sciarpetta, afferrandosi le guance come faceva per concentrazione o sgomento.  

–Igo, hai la faccia di chi ha appena assistito ad una visione celeste -!

Sorrise uno spento sorriso, pensando a come quell’impressione fosse così vicina al vero.

Si ridusse a sera a passare, svogliato, dal teatro per la prova aperta di un suo vecchio lavoro che avrebbe aperto la stagione di prosa, un calco quasi di una commedia di uno dei più grandi drammaturghi mai esistiti, in cui il protagonista portava uno dei suoi nomi ed esercitava la magia[4].

Rosita, matronale e perentoria, lo chiamò e, presolo sottobraccio, gli disse –Fuente, tieniti forte perché ciò che vedrai ti leverà i sentimenti (il linguaggio dell’anziana costumista ruspava per le aie della pianura). –Ho corso il pericolo di bermi le cervella d’un fiato come una vecchia beona, invece che centellinarlo come si spetta. Fuente mio, ci siamo creduti ammattiti, tutti d’un botto, fuori come verande -.

Già trasognato, lui si fece portare. Dietro la porta della sartoria, aperta da Rosita con erculea energia come fosse incardinata sulle mura di cinta di una città da espugnare, apparve la sconosciuta del puntaspilli alle prese con l’arricciatura di una impicciosa gorgiera.

Era d’una bellezza così addolcita che i sentimenti di Fuente illanguidirono, colando clorotici dalle estremità della sua alta statura.

–Sono Juno e la sua, Simplicio, è la firma più solenne che poteva capitarle: non vorrebbe tornare alla sua identità -?

E gli strizzò l’occhio, aspettando l’effetto di quel nome con cui lui chiamava Miriam nell’intimità quasinuziale,  mentre Rosita non sentiva, intenta solo a  porgergli una sedia e un bicchiere d’acqua.

Un bicchiere d’acqua era il minimo indispensabile a che il marconista Olmini riuscisse ad ingollare quelle grosse pasticche contro il suo ormai cronico mal di stomaco. Della sedia non aveva bisogno, abituato com’era ad accosciarsi di fronte all’apparecchio di trasmissione, come per fargli partorire rapide abbreviazioni e tocchi di parole, sillabario di balbuzienti comunicazioni che zittivano il cuore.

Guardò ma senza rileggerla la sua recensione, sgorgata come un fiotto di sangue da un’amputazione, e tracannò svogliato le pasticozze analgesiche: era scritta e pronta.  

Così, dal fronte, il giorno dopo quell’immane carneficina, partì una busta per “Il passante” di Torino.

Vinicio aveva scritto le sue notti attiche senza neanche un compagno di veglia a dissertare con

lui: si potrebbe parlare di onanismo letterario? forse.

                   Aveva elucubrato

 

SARTORIA E VOCAZIONE LETTERARIA

Recensione di Fosco Maria Pavesi a

UNA SEMPLICE FIRMA

di Agrado Morena

 

 

Direi che il volto mai visto di Agrado Morena è stampato dal mal d’amore.

Lei si mette a disposizione, creando ambiguità; perché:

se il lettore è orgoglioso di un proprio spirito libertario a difesa dell’autosufficienza, la riterrà facile;

se il lettore pratica il servilismo senza comprenderlo appieno, la troverà ipocrita.

Ha qualche pallida possibilità di essere capita soltanto da coloro che esercitano con coraggio la rinuncia: le auguro vivamente di trovarne numerosi.

Comunque vada, questa dilettante ha bisogno di dirozzare il proprio stile e, probabilmente, di rivedere la propria visione del mondo. Perché non le è sufficiente ad accattivarsi la simpatia del lettore il suo finto ritiro agli ultimi bordistrada di un rione periferico, ottenendo così di campeggiare, allargata la sua veemenza fintamente tenera, al posto dei suoi personaggi. Insomma, signora: moderi l’esubero della sua personalità.

Ma, temendo che queste parole non siano galanti né si allineino alla tendenza critica crociana, così attualmente in voga[5], dico che la Morena fa non poesia. Amen.

Se è interessante l’idea di base, la sua realizzazione è fiacca e svigorita, ed il tubare di due colombe non può reggerla. Poteva farne un gioco di ingressi ed uscite ad ampiezza barocca (o Piranesi è messo là per fare fino?), invece la riduce ad una francamente zuccherosa storia d’amore. D’amore? O di dipendenza vestita di un costume trafugato rapidamente da una cassa sartoriale della compagnia di un teatro stabile: dall’aspirazione a creare una dama regale rediviva (o mai morta: ma lasci, Signora, quest’accorgimento a Shakespeare che lo sapeva usare…) viene fuori a stento una colombina manierata e seccatrice: una vera iattura per qualunque uomo dopo che si sia stancato della sua femminea avvenenza di donna altruista ad oltranza (nondimeno non esita al bubusettete durante la rasatura di lui…) che, ma guardate un po’!, muore di tisi all’aria aperta piuttosto che in una soffitta mansardata, eletta ad abitazione ideale da un cenacolo di artisti.

Non parliamo poi di lui: in balia di ritorni, paziente uomo con poche qualità e senza la propensione a scegliere, premiato nella sua perseverante fede nel destino da una reincarnazione (ma tu guarda!...), con galeotto un puntaspilli: un’agnizione francamente stinta e francamente poca cosa.

Questa è Morena Agrado: una scrittrice che vende lucciole per lanterne e sospira dietro i suoi personaggi, appannando le lenti degli occhiali di chiunque, i suoi inclusi.

Legga di più e scriva di meno.

Sarcasticamente sono e rimango il Suo critico più affezionato ed uno dei Suoi pochi ed immeritati lettori.

FMP

Leggere letteratura reputata dozzinale lo rendeva illogicamente allegro. Leggeva “Il passante” con la cura e la minuzia di un filologo. Non era il solo torinese ad apprezzare quella stravagante pubblicazione che nella sua edicola andava a ruba.

Salomon si chiedeva se fosse solo una questione di sesso. Solo? Il sesso, davvero, non è poco.

La lettura di Agrado e di Fosco si concludeva come la sera, con la sera.

Torino reggeva la fine del giorno con l’eleganza cafona con cui la giarrettiera di una ballerina di cancan regge le calze su gambe che si muovono scalmanate.

Salomon chiudeva “Il passante” prima di riporlo nella vetrina della critica letteraria. La solita compunta attenzione che gli dedicava si tratteneva ancora nella sua espressione.

Il labbro inferiore gli sporgeva in un disappunto faceto, mentre pensava a quanto fosse faticoso per Vinicio continuare a recensirsi. Il racconto di Agrado era di segno opposto secondo Salomon che lo trovò, come tutti gli altri di questo androgino, piuttosto bello, non perché perfetto ma perché coraggiosamente tenero, sentimentale quasi fino alla contraffazione, riusciva a mantenersi sincero, indice di una richiesta di pietà che, non avendo Vinicio la forza di chiedere per sé, chiedeva per Agrado per interposti personaggi al limite della credibilità. Bisogno di bontà e pacifica socialità, Vinicio, in tempo di guerra e d’assurdo. Vinicio faceva leziosamente il modesto, inasprendo i toni per il piacere perverso di negare ciò che a tutti era evidente, e poter così ricevere dai lettori dell’almanacco lettere di protesta sulle sue caustiche impietose recensioni. Sì, perché anche i lettori avevano un angolo cui indirizzare, di solito, cahiers de doleances.

Salomon smise di riflettere. Guardò l’ora e si accinse a chiudere bottega. Fischiettava un canto sinagogale, tamburellandosi a tempo l’addome.

La sera era fresca da pioggia imminente e la giarrettiera si allentava. Ma Salomon aveva un ombrello. O forse no. Era un uomo che non si faceva più illusioni. Per questo amava e capiva la gente. Anche l’Olmini ed il suo lusso e gusto di cambiare sesso sì e no.

 

DOVEROSE SCUSE

 A Carlos Puebla per avergli usurpato tre dei quattro versi che compongono il ritornello di Hasta siempre comandante in onore di Che Guevara;

Alla fantastica capacità di Alberto Savinio di parlare di Venezia;

A Pessoa e Saramago;

A Shakespeare;

All’alto espediente dell’agnizione tra personaggi che io so ridurre a basso mezzuccio per levarmi dai guai;

Agli eventuali lettori per le mie troppe e irregolari licenze, cui chiedo scusa “a prescindere”.

 AL LETTORE

 L’idea è di far raccontare ad altri, scegliere, cioè, un narratore intradiegetico che abbia messo per iscritto la storia.

Il narratore extradiegetico è, quindi, costretto a dettagliare il racconto di cornice con quanta più (falsa!) verisimiglianza possibile (Borges docet), dipingendo con (falso!) realismo un fondale bellico con primissimi piani e campi corti, a contrasto del favolismo generico  e astorico del racconto-feto.

Insomma, solo un gioco e un gioco di nomi finanche mal riuscito, anche se spero paradossalmente possa piacere.

È il tentativo di una ludica metafora della ricerca di se stessi tra le contraffazioni anche nominali che sono anch’esse noi.

Perché il plurale? Seguimi, lettore, per grazia, anche quando non mi approvi.

Levo il cappello e piego la fronte: sono nelle tue mani e nei tuoi occhi.

E ti ringrazio.

NOTE:

2.Il riferimento al personaggio di Almodovar (Tutto su mia madre) vuole essere diretto ed esplicito.

3. Dove non so se vada esattamente così.

4.Mi sto riferendo alla Tempesta di Shakespeare.

5.Credo francamente di essere in odore di anacronismo, dal momento che niente so quanto venisse praticata in modo militante la tendenza crociana a meno di un decennio dalla pubblicazione del Breviario d’estetica.

 

 

Letto 431 volte Ultima modifica Lunedì, 12 Febbraio 2018 09:33

Related items

Effettua il Login per inserire i tuoi commenti